domenica 4 agosto 2013

Street food art


Se andate a Londra, non perdetevi una visita a Camden Town, un vero museo all’aperto di Street food art, ma lo stesso può dirsi della Vucciria a Palermo o di certi mercati rionali in Andalusia.
 



La street food art, il cui punto di partenza è lo stile dell'alimentazione lungo la strada, sottolinea l'idea che la cucina è un centro sociale, un luogo di innovazione, ma anche un modo di vivere gli spazi pubblici.



Alcune sue caratteristiche sono la globalizzazione e l’improvvisazione che si oppongono alla produzione industriale in serie.



Può includere una barca vietnamita adibita al mercato, carica di bibite e verdura fresca, un carrettino per il tè sudanese costituito da pneumatici riciclati e lattine, o il chiosco di salumi provenienti dall’Argentina.




A differenza di ciò che si può credere, lo credono i palati mediterranei così scettici verso tutto ciò che non sia un tavolo e un pranzo della durata di due ore, lo street food art è una critica al junk food (cibo spazzatura) a favore di un’esperienza sensoriale che includa il gusto, l’olfatto, lo scenario estetico del pranzo o la cena veloci. La sua idea è più vicina a quella del fair food, il cibo giusto, che esalta la diversità, la sostenibilità, l’equità del prezzo per fasce sociali a basso reddito.



La cucina all’aperto tende ad evidenziare come l’arte sia una forma di cibo, realizzando fusioni bizzarre e creative con la street art, l’arte dei graffiti e dei murales.



Tra i suoi oggetti feticcio, i furgoncini di burritos messicani o il baracchino di frullati e caffè, come questo nelle vicinanze del Metropolitan Museum of Art di New York.  




Ma anche i tavoli, i lampioni, i coperchi dei contenitori per la spazzatura o le insegne vivaci e di una certa ingenuità: 



mercoledì 31 luglio 2013

L'isola degli asini




In estrema sintesi si può affermare che è letteratura tutto ciò che si oppone al marchio, al linguaggio del logo, al turismo di massa su luoghi fragili. Montale sponsor del male di vivere. 

La letteratura mercato trova nella scuola una delle sue principali artefici. La ragione è che alla scuola è stato sottratto il tempo. Tempo della riflessione, dello scambio, della sedimentazione. Al suo posto si è imposta la burocrazia, che è una dimensione temporale stranizzata, dove il piccolo tempo, quello della campanella, si alterna con il grande tempo, quello delle verifiche, degli scrutini, degli esami finali. 

Si è così arrivati ad un sistema dove una massa di abusivi edilizi (i critici, gli studiosi, gli autori dei libri di testo) impongono il loro paesaggio letterario agli studenti in modo più o meno autoritario, là dove dovrebbe esistere solo la spaziatura delle parole e la loro intima architrave. Si creano lettori, nel migliore dei casi, che non commettono alcuna stoltezza. Innocui ruminanti, masticatori di un cibo già digerito da qualche altro stomaco. 

Al contrario, chi ritorna al testo non conosce mai, a priori, il nome delle cose. Il suo punto di partenza è la cecità degli angeli di cui parla il Corano. Chi impara queste pessime abitudini, legge e difficilmente confonde la parola con una superficie. 

Ora, per dire, si può parlare di green economy esclusivamente per vederla ridotta al solito logo: un mondo di coltivatori d’orto. Che è uno stile per banalizzare e schernire. Di creare un mondo di nike, apple and coke. Una maniera come un’altra di osannare i mercati. 

Lo sviluppo sostenibile è invece una riflessione seria e profonda sul mondo capitalista, a partire dalle sue critiche principali: l’idea che l’economia abbia soppiantato la politica ed esautorato il potere dei governi, che la crescita, i tagli allo stato sociale, le privatizzazioni, le sovvenzioni alle banche, la libera circolazione dei capitali non siano la soluzione ad un mercato che implode e ci nega ogni conquista civile, che ogni popolo abbia il diritto di scegliere se pagare o no i debiti ingiusti. Tanto per citare qualche caposaldo. 
 
Tra gli altri principi portanti della decrescita felice, c’è l’invito a riappropriarci degli spazi pubblici. Spazio che è diventato sempre più esiguo con il passo degli anni. A ben vedere, infatti, le nostre dimore prima finivano ben oltre la porta di casa, includendo spesso il quartiere e la strada. La riappropriazione di piazze, parchi e centri in disuso include l’idea di superare le barriere architettoniche invisibili della ricchezza, classe sociale, religione, orientamento sessuale ed etnia che siano di ostacolo alla condivisione sociale dei luoghi. 

Non è una banalissima idea romantica, dunque, quella che ha innescato le rivolte in Turchia contro Erdogan (gli alberi da abbattere nel Gezi Park) ma una precisa coscienza critica che ha ispirato un popolo. Certo, di fronte ad esempi come quello della rivolta turca, uno poi si immagina chissà che gesti eclatanti per avviare il contro pensiero. A volte basta invece un’idea semplice, a portata di mano. Come quella del circolo di lettura itinerante L’isola degli asini, in Sicilia. 

Il blog lo trovate in internet e vi spiega meglio di me l’idea. I circoli di lettura sono un fenomeno piuttosto diffuso in Francia e in Inghilterra. Si tratta di appassionati di letture ed arti che a scadenza periodica si danno appuntamento per commentare un libro, abbinando a volte la letteratura ai vini o al cibo. L’idea alternativa dell’Isola degli asini è stata però quella di aggiungervi una nota personale, una pensata siciliana. O da green economy, se volete. 

I lettori, infatti, non si incontrano all’interno di un circolo o di una casa privata, ma sulle piazze, gli slarghi o i crocicchi di un paese che varia di volta in volta, portandosi dietro una sedia di casa. Si commentano i libri scelti, si discute, a volte si mangia. I curiosi si fermano, ascoltano, sovente partecipano. Il testo respira, la lettura si espande, il paese torna ad essere quello di una volta, luogo di incontro, di scambi, di chiacchiere. Si scoprono nuovi angoli di osservazione, cambi di fronte e di architettura visuale. 

Si fa letteratura, luogo tra i luoghi declinato.

venerdì 19 luglio 2013

Orologio dell'amore





Fraser, nel suo delizioso libro Il tempo: una presenza sconosciuta, ricorda come le varie culture abbiano creato modi diversi per scandire il tempo. 

Narra, così, di un orologio cinese, una tavola di legno quadrata, con diverse scanalature a forma di labirinto. In ogni incisione si versava una mistura d’incenso che bruciava in un paio d’ore (uno shih, l’ora cinese equivalente a due ore occidentali) emanando il suo profumo, che era diverso a secondo della scanalatura. 

Ogni tratto del labirinto corrispondeva ad un periodo di tempo equivalente e portava il nome di uno degli animali dell’oroscopo cinese. In questo modo l’ora del drago aveva una fragranza diversa dall’ora della scimmia. 

Dei tempi, sul tempo. Altra cosa è l'orologio dell'amore, di antichi sentimenti e nuovi così sapiente. 

Buone vacanze, amici fantabucanieri, Ci risentiamo ad agosto e grazie per le 943 visite in appena tre mesi di vita blog

mercoledì 17 luglio 2013

Critica fusion



Da qualche anno, per lungo andare e frequentazioni discutibili con i libri, sarà capitato a qualcuno di patire lo sperpero maligno, quel particolare stato dell’animo che ti inclina a chiedere a cosa sia servito studiare i lirici greci o metti la letteratura russa. Questa sovrabbondanza, così difficile da collocare nel tuo piccolo selciato. 

Se questo qualcuno poi è un insegnante la situazione peggiora, perché non ci sarà studente, non ci sarà lezione in cui questa domanda non assumerà le proporzioni del cadavere nella stanza del dramma di Ionesco. Andrà crescendo ogni giorno, fin quando non riempirà di funghi e muffa ogni parete. 

I critici letterari si tengono lontani dal quesito, troppo impegnati a passeggiare per i boschi narrativi o a raccontare le prodezze della sineddoche in Balzac. Un’accademia ha costruito un mercato esclusivo, per pochi eletti, che rende piuttosto bene e che crea status. Dove la letteratura, quando serve, è un microscopio di passioni tristi e le antologie una clinica per cronici depressi. 

Per me, un solo giorno trascorso a scuola così discettando e ne uscirei viva come il corpo di Cesare tra le mani dei sicari. Motivo non indifferente per cui la critica mi diventa meticcia e pasticciata. Contaminazione, se vi piace.  Un luogo che si attraversa, un solo paesaggio urbano e globalizzato, dove non è possibile separare le favole di Esopo dall’abuso edilizio, dove le rime baciate si comportano come rifiuti tossici, la metonimia vuol dire zingaro e frontiera. 

Davanti ai miei studenti mi è più incline la critica dei misti, che predilige la tradizione orale a quella scritta. Funziona come i baracchini dello street food che i ragazzi conoscono per messaggio, perché altri ne parlano bene, perché un amico li frequenta.  Passando parola. Si vuole sapere che ti ha provocato un testo, che nutrimento ne hai avuto, il qualcuno di significativo che vi hai conosciuto o l’avventura che ti ha cambiato per sempre la vita. Il testo ha mille testi, perché mille e più sono le sue letture. 

Di voce in voce il suo punto di partenza non è il brano narrativo, ma il narcotraffico e gli abusi del cibo. E’ critica impura, presenta lo stile di Flaubert come un eccentrico esempio di bulimia alimentare, le poesie di Tennyson come un vero e proprio caso di coltivazione da oppio. Ben lontana da trattare la letteratura come se fosse un’isola, astrazione, una deriva matematica. 

Perché poi la meraviglia che gli studenti non amino la scuola? Architettura divisa e frammentata in compartimenti stagni: l’ora di chimica, di religione, di fisica, di inglese. L’identità si spezza, perché non facciamo critica ecologica, praticantato in grado di invadere i campi semantici. Un modo di leggere che non usi più la fisica euclidea, di linee parallele e che mai si incontrano, per descrivere i fenomeni letterari, ma teoremi geometrici, casi botanici, eventi politici e pratiche economiche. 

L’analfabetismo culturale, dopo quello di base (saper leggere e scrivere) e quello lavorativo (avere competenze in grado di svolgere una professione), è stato definito come l’incapacità di interpretare e capire il proprio ambiente. E’ analfabetismo culturale non saper comprendere una sigla come CGIL o ignorare cosa sia una commissione parlamentare. E’ da questi dati oggettivi che bisogna partire per capire qualcosa di Socrate. Non il contrario. 

martedì 16 luglio 2013

Penelope non abita più qui




Gira nell’oceano internauta un breve saggio intitolato “L’emigrazione ecuadoriana: un’analisi di genere” di Chiara Pagnotta. 

La studiosa vi afferma che l’emigrazione ecuadoriana verso l’Europa è iniziata soprattutto dopo la crisi economica del 1998 e si è diretta prevalentemente verso la Spagna e l’Italia. In Italia si è concentrata in tre città (Roma, Milano e Genova) divenendo un fenomeno urbano. 

Ciò che caratterizza questo tipo di migrazione è il fatto di essere prevalentemente femminile. Le donne viaggiano da sole, poi in un secondo periodo, ma non sempre, la famiglia si ricostituisce con l’arrivo dei figli e del marito. Si tratta di una migrazione che si svolge tra “ due luoghi e che scompone e ricompone i ruoli e le relazioni del femminile e del maschile”.

La migrazione, sottraendo in parte le donne al controllo familiare, rappresenta infatti una sfida al modo tradizionale di intendere il nucleo domestico. “Contemporaneamente, attraverso il canale d’informazione che si sviluppa per mezzo della rete migratoria, le donne, lontane dalla sorveglianza dei familiari, si trovano, inserite all’interno di uno strumento di controllo comunitario ricreato nei paesi d’immigrazione”, in questo modo, tra il paese d’origine ed i differenti paesi di arrivo viaggiano le notizie ed i pettegolezzi riportati ai mariti sulla condotta sessuale delle mogli. 

Così viaggiare è non viaggiare, emigrare non altera il dovere della cura e l’educazione dei figli, che continuano ad essere pensati come compiti delle donne-madri anche nella migrazione. D’altra parte la conquista di un maggior peso economico non modifica le relazioni di potere tra i generi. 

Spesso il marito permette alla donna di partire perché intravede il guadagno economico che gli deriva dalle rimesse inviate dalla moglie. In altre situazioni accade che la distanza non modifichi le relazioni violente di coppia, ma anzi, le stesse donne tendono a ricrearle nel paese di arrivo. Segno che i confini della famiglia per le donne sono molto più ampi che per gli uomini. 

Sbaglieremmo, però, a pensare che si tratti di una caratteristica esclusiva dell’Ecuador, poiché al contrario investe molti flussi migratori che trovano impiego nel settore dell’assistenza e in quello delle pulizie (taccio per il momento quello del sex business) al punto da spingere gli studiosi a parlare di femminilizzazione dell’emigrazione. 

Questo modo di viaggiare ha pochi corrispettivi nel mondo del mito, più che a Ulisse rimanda ad Enea il quale fuggendo da Troia si carica il padre Anchise sulle spalle. E’ un modo di andare e disandare tragico come quello del Vecchio Marinaio di Coleridge, costretto per la sua fatale maledizione a ripetere lo stesso racconto ad ogni viandante, un racconto che nel caso delle donne si traduce di frequente in una storia di violenza e di soprusi. 

Tuttavia la peripezia dei luoghi al femminile è qualcosa di più e qualcosa di meno, dove le metafore e le figure retoriche della letteratura, che è solo un modo per dire la storia, sono come al solito silenti. 

Il corpo delle donne, sottoposto allo sfruttamento economico e alla mercificazione, diventa uno specchio del viaggiare paralizzato delle culture occidentali, d'una società maschile e capitalista che replica se stessa in ogni luogo. Società di uguali case, di medesimi negozi, di ruoli identici nel cuore delle regioni più lontane. 

Qui e là dove si spostano gli oggetti, non più le persone. Presso le nostre dimore, dove soltanto le cose sono pienamente e di diritto erratiche: i capitali, le fabbriche, le armi. E le tazze di porcellana.

domenica 14 luglio 2013

La signora può tornare





Non si può che attribuire un ruolo positivo all’attuale classe politica italiana nello sviluppo delle lettere e del bello stile. Un contributo decisivo nella creazione di una lingua dove il possibile diventa l’impossibile, una sua epica categoria. 

Lo stile cardinalizio con cui Letta annuncia: “ La signora può tornare”, così onirico e surreale, che suona tanto come un benigno : “ Concediamo ai ciechi di vedere e agli zoppi di camminare”, non può che avere come suo corrispettivo, in un vero pezzo da teatro dell’assurdo: “ La signora in questione fa sapere che alla democrazia italiana, preferisce la dittatura in Kazakistan”.

venerdì 12 luglio 2013

Una villa estiva in Lapponia




La sinistra italiana che tale ama definirsi, sinistra, rivendicando per sé il monopolio del termine, incapace come i Quadrati e Triangoli di Flatland di concepire qualunque dimensione che non sia la piattezza, è un po’ come la villa estiva in Lapponia di cui parla Hoffmann ne “Il vaso d’oro’’, o come “ l’ateo di ascendenza puritana “ termine con cui Lovecraft si divertiva a descrivere se stesso. Un non sense, una schizofrenia del linguaggio oltre che una pratica di personalità multiple e recidive. 

Non che questa sinistra disdegni altri tipi di linguaggio fantastico, ai margini della follia. Che so “il pelo peloso” del Basile scrittore o la “zuppa zuppetta” di carrolliana memoria. Una certa tendenza la inclina al barocco, che è arte di arenaria, di terre fragili, amante delle doppie scale in grado di condurre alla medesima entrata. Simula la figura (mai con Berlusconi), illude con il trompe l'oeil (Berlusconi non è Stato), è gioco di specchi e di parvenze (il mai del mai che si promise) 

La sinistra italiana che naturalmente non è sinistra, ma prende se stessa come punto cardinale, zenit assoluto rispetto al quale gli altri hanno da autocertificarsi, da identificarsi geometricamente e collocarsi come creature politiche, non disdegna scene madri (quelli che nessun altro governo era possibile), grandezza morale (quelli che si sono presi la responsabilità di governare), agnizioni (quelli che gli altri sono tutti fascisti), colpi di scena (gli eroici sicari di Prodi e Rodotà).

Se per ogni autore è possibile definire un lettore, Hemingway e i cultori dell’altrove, Proust e i suoi labirintici seguaci, che pensare degli amanti di questa lingua poliforme, centauro dalle mille teste, trionfo d’ogni limite linguistico? 

Devono essere quelli del divisionismo, nuova corrente letteraria prima che politica, dal principio retorico mai dividere chi non divide, mai separare chi non separa. I cultori della lingua rotonda, cerchiobottista, moneta a due facce, vuota da una parte, ma piena di odio e livore per chi ne ha nausea.