lunedì 10 giugno 2013

Smania


Certe notti per la smania 

mi volgo e mi rivolgo in letto. 


Mi giro e mi rigiro, non trovo

pace, m’agito nel sonno che pare 


spino, strapunto di zitella, 

di trine e cardi amari. E sospiro.


Amo, non amo. Pazza sono,

non sono pazza. L’amore mi chiama


al suo mestiere, mi sveglia un ansito

d’ali, un respiro di tortora in petto


Turchia....santini

domenica 9 giugno 2013

sabato 8 giugno 2013

Il paradosso dell'imperatore



La tipologia del lettore kafkiano è un lettore in disarmo, poco lettore nostalgico (non esiste nella finzione il lettore nostalgico, che vuole tornare alla realtà, altrimenti non leggerebbe) catapultato nel mezzo di un frammento la cui caratteristica è la densità del contesto e la sua compattezza. Ogni appassionato di Kafka sa che deve mettere tra parentesi non solo la logica (gli animali parlano nelle favole, tuttavia noi decidiamo di credervi) ma anche ogni sua riduzione per assurdo (Gregor Samsa si risveglia un giorno trasformato in uno scarafaggio e l’esperienza non è affatto piacevole).

Il messaggio dell’imperatore è un piccolo racconto su di un misterioso sovrano, il quale, in punto di morte, affida ad un suddito un messaggio da consegnare al lettore. Il suddito, però, non arriverà mai a destinazione, perdendosi nel maestoso palazzo imperiale, poiché prima dovrà attraversare le stanze del palazzo più interno, poi le scale, quindi i cortili, infine un secondo palazzo e così via per millenni. 

Si tratta, a bene vedere, di una variazione del paradosso di Achille e la tartaruga formulato da Zenone, nel V secolo a.C. , in Grecia. Anche il paradosso greco ci colpisce per la compattezza del contesto che l’ascoltatore incauto non può mettere in discussione. In questo sfondo impenetrabile si afferma che Achille, conosciuto per la sua velocità, non potrà mai raggiungere una tartaruga che lo precede di qualche metro (in quale mondo Achille si trova a sfidare una tartaruga?). Quando Achille avrà percorso mezzo metro, la tartaruga si troverà più avanti di Achille di un quarto di metro; quando avrà attraversato quel quarto, la tartaruga si porterà avanti di un ottavo di metro e così via all'infinito, la distanza tra Achille e la lenta tartaruga pur riducendosi verso l'infinitamente piccolo non arriverà mai ad essere pari a zero. 

Il paradosso, lo sappiamo, venne superato con il concetto di limite e di calcolo infinitesimale secoli più tardi, quando si svilupperà l’idea che una somma di infiniti elementi può avere come suo risultato una serie finita. Ciò che sembrava interessare a Kafka e Zenone era questo concetto dell’infinito che entrambi fanno a pezzi, per cui l’infinito ad un certo punto può finitesimarsi, entrare nel nostro mondo di numeri interi e razionali. 

Più in là, nel mondo spirituale, quando questa idea viene concepita come l’irruzione del divino nell’umano si parla di speranza, quando è interpretata come il momento in cui l’irrazionale entra nel razionale la si definisce follia. 

Ad ogni buon conto, il potere teme sia la follia che la speranza, soprattutto quest’ultima, al punto da far affermare a Chomsky che ogni regime è interessato alla sua distruzione tanto quanto la libertà. Distruggere nell’individuo la speranza che le cose possano cambiare è la vittoria ultima di ogni dittatura. 

Senza la speranza, Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga né il messaggero dell’imperatore consegnarci le sue ultime parole. 

Resteremo convinti che l’infinitamente piccolo delle nostre azioni positive non potrà mai tradursi nella somma finita di una grande rivoluzione.

venerdì 7 giugno 2013



Gli archivi infami



mercoledì 5 giugno 2013

Il teorema della rosa





Dice la Szymborska, in un piccola teorema sulla legge dell’identità che potremmo chiamare “ il teorema della rosa”: 

Se anche prendessi il monte, non fiorirei di una rosa. 
D'una rosa fiorisce solo la rosa. Lo sai. 

Insomma, A uguale ad A. La questione fu a sua volta formulata da Gertrude Stein (una rosa è una rosa è una rosa). Per la Stein quando un poeta pronuncia la parola “ rosa” non evoca solo l’oggetto in se stesso, ma l’immaginario che si è accumulato sull’oggetto in secoli di letteratura, di miti e di linguaggio. All’inizio la rosa era rossa e aveva le spine, oggi ha varie caratteristiche: è diventato un fiore geneticamente modificato. 

In questa diatriba filosofica tra poeti, che si rispondono da un secolo all’altro lo sappiamo, interviene anche il verso di Bernardo Cluniacense, stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus, (dove la parola Roma fu poi trasformata in Rosa da Umberto Eco) la cui traduzione pressappoco è: "Roma antica esiste solo nel nome..." 
E ne potremmo fare una questione oziosa, da critica botanica e pura. 

Nella critica impura, invece, la quale non prescinde mai dall’idea che noi siamo le cose ma anche il modo come diciamo le cose, ci sono varianti in questa scuola di pensiero, non ultima la canzone di Horacio Guarany, dal titolo “Se tace il cantore”, (Si se calla el cantor). 


Se tace il cantore muore la rosa 
a che serve la rosa senza il canto? 
Deve essere il canto una luce sopra i campi 
che illumini sempre gli umili. 
Non taccia il cantore, perché il silenzio 
Vile nasconde la malvagità che opprime 


La canzone fu scritta durante la dittatura argentina di Videla e fu anche per questi versi che il poeta si meritò un paio di bombe sotto casa. Nominare la rosa qui vale denunciare, non occultare le torture. In questo senso tutti possiamo essere poeti. 

Il teorema della rosa si illumina di un altro corollario: non viviamo in un mondo astratto dove esiste la rosa e chi nomina la rosa. Esistiamo in un mondo profondamente condizionato dai linguaggi e dal silenzio che insegnano le dittature. 

Se A è uguale ad A (Szymborska), se A è uguale a tutto ciò che è stato detto su A (Stein), A continua ad essere A solo se può essere nominato come A sotto qualunque regime (Guarany). L’identità della rosa non può prescindere dalla libertà della rosa. 

In memoria dei giornali liberi

martedì 4 giugno 2013

Il fascismo è un'allucinazione


In quella zona mitica in cui la letteratura incontra se stessa, ragiona di sé e crea un simbolo del simbolo in un viaggio infinito, si narra di Don Miguel de Cervantes e di un suo incontro, nell’anticamera di un ufficio impiegatizio della Corona di Spagna, con i discendenti del nobile Quesada, decisi a rivendicare un titolo onorifico che gli sbigottiti funzionari spagnoli continuavano testardamente a negare.

Gonzalo Jiménez de Quesada era stato uno dei primi conquistatori alla ricerca dell’Eldorado, leggendaria terra di ricchezze, che continuò a cercare per tutta la vita in modo entusiastico, percorrendo gran parte dell’America conosciuta, finché ottantenne, incapace di ammettere il fallimento della sua avventura, pretese di lasciare agli eredi il risibile titolo di “ governatore del Dorado ’’. 

La storia narra che fu proprio Quesada ad avere ispirato a Don Miguel la figura del Don Quijote e chissà soprattutto quella scena del libro, quando l’hidalgo, incontrando la vera Dulcinea, una pelosa e sgraziata contadina, scopre che la sua amata puzza di cipolla. Cosa fa allora Don Quijote pur di non ammettere la realtà? Dichiara che una strega ha fatto un incantesimo alla sua bella trasformandola in una orchessa.

La ragione è chiara. Don Quijote non può ammettere che Dulcinea è una banale, persino brutta, rivoltante popolana, perché ne andrebbe della sua identità. Sarebbe come ammettere che Don Quijote non esiste, perché ciò che crediamo ci definisce.

Chissà Don Cervantes, in quell’anticamera reale, sia rimasto sbigottito non tanto dalla riluttanza di Quesada ad ammettere la propria follia quanto dall’incapacità di arrendersi al reale che il conquistatore folle era riuscito a trasmettere ai suoi discendenti. 

La risata di Cervantes, così ampia e spassionata tra le pagine del libro, è stata per lo più interpretata come una sorta di sodalizio nei confronti di un sognatore senza tregua, Don Chisciotte, a cui vanno le sue simpatie. Tuttavia nel Quijote appare qua e là un’idea inquietante che fa capolino tra le avventure rocambolesche dell’hidalgo, che cioè un sognatore, nella misura in cui nega un mondo per affermare se stesso, non sia tanto un’idealista, bensì un egoista della razza peggiore, uno che obbliga la realtà a piegarsi alle proprie follie come se tra sogno e sognatore non ci fosse nulla, neanche quell’umanità di miserie e cinismo contro cui puntualmente si infrange la sua immaginazione. 

Don Chisciotte è una ridondanza di se stesso che è la qualità peggiore del sognatore. I libri lo hanno trasformato in una tautologia, destinato sempre e soltanto a confermare se stesso, proprio come certi regimi che impongono l’assolutismo dei loro miti e dei loro eroi. Al fascismo, infatti,non importa l’equilibrio tra la realtà e la sua interpretazione, un equilibrio che si modifica e si rinnova nel dominio della democrazia che è una scienza. 

La dittatura, prima ancora che un regime, è un comune delirio, nella sua forma più sociale un’allucinazione perversa