domenica 9 giugno 2013
sabato 8 giugno 2013
Il paradosso dell'imperatore
La tipologia del lettore kafkiano è un lettore in disarmo, poco lettore nostalgico (non esiste nella finzione il lettore nostalgico, che vuole tornare alla realtà, altrimenti non leggerebbe) catapultato nel mezzo di un frammento la cui caratteristica è la densità del contesto e la sua compattezza. Ogni appassionato di Kafka sa che deve mettere tra parentesi non solo la logica (gli animali parlano nelle favole, tuttavia noi decidiamo di credervi) ma anche ogni sua riduzione per assurdo (Gregor Samsa si risveglia un giorno trasformato in uno scarafaggio e l’esperienza non è affatto piacevole).
Il messaggio dell’imperatore è un piccolo racconto su di un misterioso sovrano, il quale, in punto di morte, affida ad un suddito un messaggio da consegnare al lettore. Il suddito, però, non arriverà mai a destinazione, perdendosi nel maestoso palazzo imperiale, poiché prima dovrà attraversare le stanze del palazzo più interno, poi le scale, quindi i cortili, infine un secondo palazzo e così via per millenni.
Si tratta, a bene vedere, di una variazione del paradosso di Achille e la tartaruga formulato da Zenone, nel V secolo a.C. , in Grecia. Anche il paradosso greco ci colpisce per la compattezza del contesto che l’ascoltatore incauto non può mettere in discussione. In questo sfondo impenetrabile si afferma che Achille, conosciuto per la sua velocità, non potrà mai raggiungere una tartaruga che lo precede di qualche metro (in quale mondo Achille si trova a sfidare una tartaruga?). Quando Achille avrà percorso mezzo metro, la tartaruga si troverà più avanti di Achille di un quarto di metro; quando avrà attraversato quel quarto, la tartaruga si porterà avanti di un ottavo di metro e così via all'infinito, la distanza tra Achille e la lenta tartaruga pur riducendosi verso l'infinitamente piccolo non arriverà mai ad essere pari a zero.
Il paradosso, lo sappiamo, venne superato con il concetto di limite e di calcolo infinitesimale secoli più tardi, quando si svilupperà l’idea che una somma di infiniti elementi può avere come suo risultato una serie finita. Ciò che sembrava interessare a Kafka e Zenone era questo concetto dell’infinito che entrambi fanno a pezzi, per cui l’infinito ad un certo punto può finitesimarsi, entrare nel nostro mondo di numeri interi e razionali.
Più in là, nel mondo spirituale, quando questa idea viene concepita come l’irruzione del divino nell’umano si parla di speranza, quando è interpretata come il momento in cui l’irrazionale entra nel razionale la si definisce follia.
Ad ogni buon conto, il potere teme sia la follia che la speranza, soprattutto quest’ultima, al punto da far affermare a Chomsky che ogni regime è interessato alla sua distruzione tanto quanto la libertà. Distruggere nell’individuo la speranza che le cose possano cambiare è la vittoria ultima di ogni dittatura.
Senza la speranza, Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga né il messaggero dell’imperatore consegnarci le sue ultime parole.
Resteremo convinti che l’infinitamente piccolo delle nostre azioni positive non potrà mai tradursi nella somma finita di una grande rivoluzione.
venerdì 7 giugno 2013
mercoledì 5 giugno 2013
Il teorema della rosa
Dice la Szymborska, in un piccola teorema sulla legge dell’identità che potremmo chiamare “ il teorema della rosa”:
Se anche prendessi il monte, non fiorirei di una rosa.
D'una rosa fiorisce solo la rosa. Lo sai.
Insomma, A uguale ad A. La questione fu a sua volta formulata da Gertrude Stein (una rosa è una rosa è una rosa). Per la Stein quando un poeta pronuncia la parola “ rosa” non evoca solo l’oggetto in se stesso, ma l’immaginario che si è accumulato sull’oggetto in secoli di letteratura, di miti e di linguaggio. All’inizio la rosa era rossa e aveva le spine, oggi ha varie caratteristiche: è diventato un fiore geneticamente modificato.
In questa diatriba filosofica tra poeti, che si rispondono da un secolo all’altro lo sappiamo, interviene anche il verso di Bernardo Cluniacense, stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus, (dove la parola Roma fu poi trasformata in Rosa da Umberto Eco) la cui traduzione pressappoco è: "Roma antica esiste solo nel nome..."
E ne potremmo fare una questione oziosa, da critica botanica e pura.
Nella critica impura, invece, la quale non prescinde mai dall’idea che noi siamo le cose ma anche il modo come diciamo le cose, ci sono varianti in questa scuola di pensiero, non ultima la canzone di Horacio Guarany, dal titolo “Se tace il cantore”, (Si se calla el cantor).
Se tace il cantore muore la rosa
a che serve la rosa senza il canto?
Deve essere il canto una luce sopra i campi
che illumini sempre gli umili.
Non taccia il cantore, perché il silenzio
Vile nasconde la malvagità che opprime
La canzone fu scritta durante la dittatura argentina di Videla e fu anche per questi versi che il poeta si meritò un paio di bombe sotto casa. Nominare la rosa qui vale denunciare, non occultare le torture. In questo senso tutti possiamo essere poeti.
Il teorema della rosa si illumina di un altro corollario: non viviamo in un mondo astratto dove esiste la rosa e chi nomina la rosa. Esistiamo in un mondo profondamente condizionato dai linguaggi e dal silenzio che insegnano le dittature.
Se A è uguale ad A (Szymborska), se A è uguale a tutto ciò che è stato detto su A (Stein), A continua ad essere A solo se può essere nominato come A sotto qualunque regime (Guarany). L’identità della rosa non può prescindere dalla libertà della rosa.
In memoria dei giornali liberi
martedì 4 giugno 2013
Il fascismo è un'allucinazione
In quella zona mitica in cui la letteratura incontra se stessa, ragiona di sé e crea un simbolo del simbolo in un viaggio infinito, si narra di Don Miguel de Cervantes e di un suo incontro, nell’anticamera di un ufficio impiegatizio della Corona di Spagna, con i discendenti del nobile Quesada, decisi a rivendicare un titolo onorifico che gli sbigottiti funzionari spagnoli continuavano testardamente a negare.
Gonzalo Jiménez de Quesada era stato uno dei primi conquistatori alla ricerca dell’Eldorado, leggendaria terra di ricchezze, che continuò a cercare per tutta la vita in modo entusiastico, percorrendo gran parte dell’America conosciuta, finché ottantenne, incapace di ammettere il fallimento della sua avventura, pretese di lasciare agli eredi il risibile titolo di “ governatore del Dorado ’’.
La storia narra che fu proprio Quesada ad avere ispirato a Don Miguel la figura del Don Quijote e chissà soprattutto quella scena del libro, quando l’hidalgo, incontrando la vera Dulcinea, una pelosa e sgraziata contadina, scopre che la sua amata puzza di cipolla. Cosa fa allora Don Quijote pur di non ammettere la realtà? Dichiara che una strega ha fatto un incantesimo alla sua bella trasformandola in una orchessa.
La ragione è chiara. Don Quijote non può ammettere che Dulcinea è una banale, persino brutta, rivoltante popolana, perché ne andrebbe della sua identità. Sarebbe come ammettere che Don Quijote non esiste, perché ciò che crediamo ci definisce.
Chissà Don Cervantes, in quell’anticamera reale, sia rimasto sbigottito non tanto dalla riluttanza di Quesada ad ammettere la propria follia quanto dall’incapacità di arrendersi al reale che il conquistatore folle era riuscito a trasmettere ai suoi discendenti.
La risata di Cervantes, così ampia e spassionata tra le pagine del libro, è stata per lo più interpretata come una sorta di sodalizio nei confronti di un sognatore senza tregua, Don Chisciotte, a cui vanno le sue simpatie. Tuttavia nel Quijote appare qua e là un’idea inquietante che fa capolino tra le avventure rocambolesche dell’hidalgo, che cioè un sognatore, nella misura in cui nega un mondo per affermare se stesso, non sia tanto un’idealista, bensì un egoista della razza peggiore, uno che obbliga la realtà a piegarsi alle proprie follie come se tra sogno e sognatore non ci fosse nulla, neanche quell’umanità di miserie e cinismo contro cui puntualmente si infrange la sua immaginazione.
Don Chisciotte è una ridondanza di se stesso che è la qualità peggiore del sognatore. I libri lo hanno trasformato in una tautologia, destinato sempre e soltanto a confermare se stesso, proprio come certi regimi che impongono l’assolutismo dei loro miti e dei loro eroi. Al fascismo, infatti,non importa l’equilibrio tra la realtà e la sua interpretazione, un equilibrio che si modifica e si rinnova nel dominio della democrazia che è una scienza.
La dittatura, prima ancora che un regime, è un comune delirio, nella sua forma più sociale un’allucinazione perversa
venerdì 31 maggio 2013
Il sarchiapone scomparso
L’Apocalisse di Jean d’Anger è un ciclo di arazzi, un’opera i cui esemplari gareggiano con i più splendidi d’Europa. In uno di essi, una mano goliardica ha disegnato la figura di una lepre, sulla cornice di un arazzo, mentre scompare correndo verso l’imboccatura di una tana. La lepre riappare qualche metro più in là su un altro arazzo, questa volta venendo fuori dalla tana in cui l’avevamo vista precedentemente entrare.
La bizzarria ha il potere di irrompere nella realtà, svelandone per un attimo i suoi giochi, ha lo scopo di ricondurre l’Apocalisse a ciò che è, una finzione, una teoria letteraria.
La letteratura è una fauna di bestiari, dalle chimere ai centauri, la cui silenziosa scomparsa non è certo cruenta come le stragi di foche e balene, sebbene altrettanto significativa. Una delle ultime volte in cui si è avuta notizia della presenza di uno di questi fantastici animali nel nostro mondo è stato nel 1973, nella scena del sarchiapone di Walter Chiari.
In uno scompartimento ferroviario, affollato da passeggeri, uno di questi viaggia con una gabbietta coperta da un telo. Ad un certo punto, il passeggero, dice di essere stato morso da un sarchiapone americano che confida di portare con sé. Un altro passeggero, interpretato da Walter Chiari, fingendo di conoscere perfettamente l’animale, s’invischia in una bizzarra conversazione, ma ad ogni suo intervento in cui cerca di indovinare le caratteristiche dell’animale, il proprietario smentisce in tono autoritario, finché il sarchiapone viene descritto come una bestia feroce, cosa che induce tutti gli altri passeggeri ad abbandonare lo scompartimento. Alla fine, rimasti soli, il passeggero rivela a Chiari che il sarchiapone è un animale inventato, usato per spaventare i passeggeri e poter viaggiare da solo nello scompartimento.
La lepre d’Anger e il sarchiapone appartengono in realtà alla stessa razza. Sono evocati come una leggera interruzione che ci consente di capire dove ci troviamo: non nella realtà, ma nel cerchio dell’immaginario.
Si sterminano gli animali, sia quelli veri sia quelli fantastici. Disturbano, occupano spazio, in generale puzzano. Interrompono la nostra linea, creduta perfettibile, ma umana.
Quanto a quelli fantastici, dovessero irrompere per un istante nello scherma della televisione, ci rivelerebbero come gli spettatori del moto perpetuo, della quadratura del cerchio. Incapaci di distinguere tra realtà e finzione, una realtà piatta dove tutto ha lo stesso peso morale, le salsicce e la vergogna di una legge elettorale non affossata, la Lottomatica al governo e le parrucche, i pizzini, gli scontrini, i necrologi spietati.
Quanto a quelli fantastici, dovessero irrompere per un istante nello scherma della televisione, ci rivelerebbero come gli spettatori del moto perpetuo, della quadratura del cerchio. Incapaci di distinguere tra realtà e finzione, una realtà piatta dove tutto ha lo stesso peso morale, le salsicce e la vergogna di una legge elettorale non affossata, la Lottomatica al governo e le parrucche, i pizzini, gli scontrini, i necrologi spietati.
giovedì 30 maggio 2013
Elogio del lottatore non violento
Bisogna avere pazienza. C’è una certa durezza che non viene mica dall’averle prese sempre nel momento sbagliato. Certe lentezze che non son figlie della paura. Crudeltà e pietà si alternano in un vero lottatore. Nel fondo della loro spietatezza c’è un cumulo di dolcezza.
E’ difficile da dire. Li vedete in piedi per diversi motivi, per fede, diresti, per ostinazione. Spesso hanno matrimoni sbagliati, figli sbagliati, vite sbagliate alle loro spalle. E qualcuno sempre pronto a ricordarglielo. Ma averli come avversari ha un senso preciso. Il senso più definitivo, se posso dire, di rivale.
E’ una fortuna che qualcuno non vi tolga mai la dignità, che non prolunghi mai le vostre agonie, che non volga verso di voi il lato più debole se mai vi venisse voglia di esercitare la vostra crudeltà.
E’ un segno di amore per loro stessi e per la vostra anima.
Il mondo, questo mondo, sarebbe un vero macello senza di loro. Una triste questione di prenderle e ridarle. Solo pecore e lupi. Solo serpi e colombe. Tutti muti, tutti sordi, tutti ciechi. Nessuna grazia e neppure nessun candore. Solo una banale e prolungata volgarità.
Certo li vedete cadere, non dico questo. Di solito, finiscono in sconfitte memorabili, in sfide banalissime che neppure un bambino o chiunque sia più cauto di loro avrebbe mai perduto. Ma in questo caso chi saprebbe cos’è la sciagura e quanto bisogna essere forti per disprezzarla?
Stare in piedi, questo lo hanno capito. Dovrete scrutare bene nei loro occhi per capire che non è al lottatore ma alla lotta che si concedono, guardare nel centro della vostra oscurità per capire chi sono.
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